Il Patire e il Fonte Battesimale

L’abbazia di Santa Maria del Patir nei pressi di Rossano, fondata dal monaco Bartolomeo da Simeri, è databile fra il 1101 ed il 1105; la chiesa è ben conservata, non così le altre parti dell’abbazia (ruderi). La sua pianta è a tre navate suddivise da robuste colonne prive di capitelli; il presbiterio tripartito e triabsidato è coperto con tre cupole molto ribassate e non estradossate, for­se opera di un intervento seicentesco, secondo Paolo Orsi e Arnaldo Venditti. Molto interessanti sono i brani di mosaico pavimentale (datati al 1152): in essi sono raffigurati animali (grifoni, serpenti) entro grandi dischi incorniciati da mo­tivi decorativi bizantini (nel presbiterio soprattutto). La spazialità interna della chiesa presenta forti analogie con la chiesa di Santo Spirito a Palermo che, a sua volta, richiama esperienze architettoniche anglo-normanne che circolavano nella corte palermitana dei Guglielmi. Anche gli elementi decorativi all’esterno, soprattutto presenti nelle superfici absidali, richiamano l’esempio palermitano sopra citato.

Il santuario di Santa Maria del Patir (Patirion) nei pressi di Rossano è molto importante per la storia della Calabria; nonostante le gravi manomissioni subite, esso è testimonianza di almeno tre secoli (XII- XIV) di intensa vita di religiosità, di studio e di lavoro. Il titolo Patir (dal greco pater = padre) è stato aggiunto per devozione a San Bartolomeo, fondatore del monastero.

Secondo l’Ughelli il Patirion sarebbe stato fondato nel 1080 e François Le­normant afferma che San Nilo, dopo la battaglia di Gerace, si ritirò al Patirion; Diehl dichiara che il Patirion era già importante nel X secolo, forse tratto in inganno da Ughelli e Lenormant. Infine, Paolo Orsi ritiene che l’epoca di costru­zione sia attestabile agli inizi del XII secolo e propone la lettura dei suoi caratteri basandosi, per la parte documentaria, sul prezioso scritto di Pierre Battifol. Dunque, l’origine del monastero può porsi tra il 1101 e il 1105 ad opera di Barto­lomeo da Simeri, personaggio fra i più stimabili del suo tempo.

Il Patirion era dotato di una ricca biblioteca di codici, oltre che di un notevole patrimonio fondiario. Dal secolo XV comincia la decadenza che culmina con l’in­chiesta di papa Gregorio XIII nel 1580; nonostante nel XVIII secolo il santuario e il monastero abbiano avuto dei parziali restauri, nel 1806 vi è stata la soppressione.

Della fase normanna rimane, seppure rimaneggiata, la sola chiesa, di impian­to basilicale, divisa in tre navate da pilastri rotondi costruiti in conci di arenaria e privi di capitelli.

Di grande interesse si rivelano alcune parti dell’antica configurazione dell’edi­ficio: le belle murature delle absidi con il motivo decorativo dei dischi contenen­ti varie figure stellari e gli splendidi brani di mosaico pavimentale.

In questo studio interessa segnalare in particolare i soli materiali di reimpiego: all’interno della chiesa, nell’area presbiteriale sono collocati, con funzione decora­tiva, quattro colonne con capitello corinzio, provenienti forse dall’antica Thurio.

Paolo Orsi visita il Patirion nella primavera del 1919 e poi nel 1921 e dalla sua descrizione risulta che ai pilastri che affiancano l’altare sono addossate delle mezze colonne (non portanti) che sostengono le prime due arcate delle navate laterali. Nel lato interno degli stessi pilastri sono presenti due colonne addos­sate aventi capitelli corinzi: uno in marmo, alterato però dal fuoco (a destra), e l’altro in giallo africano; inoltre, agli spigoli dell’abside centrale sono presenti «due colonne antiche in travertino spugnoso» e antichi sono anche i capitelli corinzi che sono posti alle loro sommità; di essi, quello di destra appare assai abraso, mentre quello di sinistra mostra ancora il suo ricco fogliame.

Anche Willemsen e Odenthal rilevano la presenza di elementi di pregio che comprendono forse le basi ioniche poste sotto i grandi sostegni cilindrici delle navate: «…nelle basi alla parte interna dei pilastri su cui poggia il tondo e slancia­to arco trionfale, nella parte inferiore sono state poste colonne con capitelli – pre­sumibilmente si tratta di materiale di spoglio – che non hanno alcuna funzione di sostegno e scarso effetto decorativo; allo stesso modo gli angoli dell’abside centrale sono adorni di colonne e capitelli, questi sicuramente di spoglio…».

da Ferdinando Marino. Cripte e ‘spolia’ nell’architettura medievale calabrese

 

Le foto che seguono sono prese da un articolo di Paolo ORSI intitolato “Il Patirion di Rossano”  in Bollettino d’Arte del Minis. Ben. Cult. del 1923 Fasc. XII

 

foto del Patire del 1880

 Nella Galleria n. 304 del Metropolitan Museum of Art (MET) di New York è conservato il Fonte Battesimale proveniente dall’Abbazia di Santa Maria del Patire di Rossano, in Calabria.

 

ORIGINE DELL’OPERA

Il Fonte Battesimale risale al 1137 e venne ordinato, sotto la dominazione normanna di re Ruggero II, dall’abate del monastero del Patire Luca.

Prime notizia di quest’opera risalgono già a Gregorio Paicentini che nel 1757 parla di iscrizioni scolpite in “marmoreo vase quod in templo nostri Coenobi, vulgo Patir noncupati servatur” in De siglis veterum Græcorum opus posthumum et De Tusculano Ciceronis nunc crypta-ferrata d. Basilii Cardoni … disceptatio apologetica, Romae 1757.

Sul Fonte tanto ha scritto la prof.ssa Emilia Zinzi secondo la quale “con le sue alte valenze formali, la conca si presenta come prodotto d’arte colta, documento della dignità culturale, che il cenobitismo greco di Calabria e di Sicilia aveva assunto con la riorganizzazione voluta da Ruggero. Si definisce così un clima creativo, che non è quello di un’isolata produzione monastica, ma di un’attività fiorita sul piano di un programma politico-religioso, ch’è quello da cui, nello stesso tempo, muovono rifondazioni e attività costruttiva dei monasteri italo-greci, favorite dai Normanni.” (da “Sugli studi Bizantini”, Rubbettino 1991 a cura IRACEB – Rossano)

 

DESCRIZIONE DEL FONTE BATTESIMALE

Il Fonte Battesimale, in marmo bianco, è di forma emisferica allungata su base unica circolare e misura 67,31 cm di altezza e un diametro di 62,23. La profondità del bacino è di cm 35 e lo spessore del labbro è di cm 4,5.

Sull’orlo superiore è incisa in caratteri greci un’iscrizione. Sull’esterno del Fonte predomina un gusto prevalente di fasce ornate con perizia disegnativa ed esecutiva e ci sono decorazioni bidimensionali disposte in forma di fascia formata da due nastri ondulati e bisolcati, desinenti in spighe e fogliami stilizzati. Il tutto si collega a una cultura scultorea medievale legata alle grandi tematiche teologiche e simboliche del battesimo, morte e rinascita dell’uomo in Cristo.

 

VICESSITUDINI DEL FONTE BATTESIMALE DEL PATIRION

In seguito alla legge 13 febbraio 1807 sulla soppressione degli ordini monastici, nel 1809, con Luigi Bonaparte sovrano del Regno delle Due Sicilie, l’abbazia del Patire, dove era collocato il Fonte Battesimale, venne soppressa e il suo patrimonio e i suoi beni messi in vendita e acquistati da Giuseppe Compagna, barone, proprietario del castello di Corigliano Calabro.

Il Compagna e i suoi discendenti dedicarono molte risorse al restauro e abbellimento del castello che venne riempito di tante opere d’arte.; anche provenienti dal Patire. Per esempio, nella stanza da letto del barone ancora oggi si possono ammirare due pregiati paliotti in marmo policromo e madreperla provenienti dall’Abbazia.

Tra queste opere posizionate nel castello e provenienti dal Patire era da annoverare anche il Fonte Battesimale, come riferì a voce Francesco Compagna – discendente del barone Giuseppe – a Giuseppe Cozza-Luzi (in Giuseppe Cozza-Luzi, Lettere Calabresi. Lettera V: Urna marmorea del Patirio. In Rivista Storica Calabrese, Anno VIII – Agosto 1900 – Serie 2ª – Parte 2ª – Fascicolo 8°). Per notizia: Giuseppe Cozza-Luzi era un monaco basiliano, grande studioso dell’epoca bizantina. Fu abate di Grottaferrata(1879-82), vicebibliotecario della Vaticana (1882), presidente della Società romana di archeologia cristiana; autore di varî studî di paleografia, storia, archeologia, teologia e liturgia.

Successivamente però del Fonte Battesimale si persero le tracce.

Paolo Orsi, nel 1929, con il suo libro Le chiese basiliane della Calabria, Firenze, Ed. Vallecchi, pag. 142, parlò di una perduta conca marmorea proveniente dal Patire.

Una prima notizia in merito alla sua nuova collocazione la si deve a Georg Pudelko che col suo lavoro Romanische Taufsteine, Berlino 1932, dedicato a un’ampia panoramica sulle fonti battesimali in Europa, raccontò di una conservata al MET proveniente da “Santa Maria del Patos in Calabria”.

Il Fonte Battesimale era arrivato al Museo di New York nel 1917 come donazione del famoso banchiere J. Pierpont Morgan che lo aveva acquistato in Italia dalla Famiglia Compagna.

Sulla scia di questa notizia e sulla consultazione del catalogo della collezione Pierpont Morgano del 1929, la studiosa Emilia Zinzi pubblicò nel 1985 un lavoro su “La conca del Patirion (1137). Un recupero e alcune considerazioni sulla cultura figuratyiva dei monasteri italo-greci del Sud in età normanna, in Studi in onore di Paolo Orsi (Rivista Storica Calabrese, NS VI 1985, nn. 1-4,431-439. E così venne data vasta eco alla circostanza che il Fonte Battesimale, di cui si erano perse le tracce, era in bella vista a New York.

VII Incontri annuali internazionali sugli studi bizantini 2003-2013_Confronti su Bisanzio Porphyra 2016

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foto di Giulio Sitongia dal Metropolitan Museum of Art di New York